Ascoltare i castagni e il suolo: L'impronta Ecologica

I concetti di Impronta Ecologica e Biocapacità
L’impronta ecologica (EF, ecological footprint) misura la quantità di area bioproduttiva (sia essa terra o acqua) di cui una popolazione necessita per produrre in maniera sostenibile tutte le risorse che consuma e per assorbire i rifiuti che genera con la tecnologia prevalente. L’impronta indica pertanto la domanda di risorse. Per via dei meccanismi di mercato, queste aree possono essere ubicate ovunque sul pianeta e l’impronta è un aggregato di vari appezzamenti di diversa misura e tipologia, situati in aree climatiche diverse.

La biocapacità (BC) misura l’offerta di bioproduttività, ossia la produzione biologica di una data area. Essa è data dalla produzione aggregata dei diversi ecosistemi appartenenti all’area designata, che vanno dalle terre arabili ai pascoli alle foreste alle aree marine produttive e comprende, in parte, aree edificate o in degrado. La Biocapacità non dipende dalle sole condizioni naturali, ma anche dalle pratiche agricole e forestali dominanti.

Impronta ecologica e biocapacità sono di norma introdotte congiuntamente, espresse in termini delle medesime unità di misura: ettari di spazio bioproduttivo medio mondiale. Un’aggregazione significativa di aree di qualità eterogenea è possibile solo ove si operi una tale normalizzazione.

La normalizzazione dell’impronta ecologica (ove espressa in termini di rendimenti medi globali) si ottiene mediante dei fattori di equivalenza – ossia dei moltiplicatori che pesano i diversi tipi di terreno e di area marina a seconda della rispettiva bioproduttività. Nel calcolo della biocapacità di un’area, le tipologie di terreno e le aree marine disponibili sono normalizzate rispetto ad equivalenti medi mondiali per mezzo di fattori di rendimento locali, che sono dei moltiplicatori che esprimono la misura in cui la bioproduttività locale è maggiore o minore della media mondiale per quella tipologia di terreno o area marina.

L’impronta e la biocapacità sono state utilizzate per indicare:

  • L’entità della domanda di risorse scarse a livello globale, nazionale, regionale, ecc. da parte dell’uomo.
  • Se il consumo medio pro-capite è sostenibile ed equo rispetto alla biocapacità globale media disponibile.
  • La possibilità per i paesi di vivere avvalendosi della sola biocapacità che si trova all’interno dei loro confini.
Esistono inoltre numerose analisi correlate a studi sull’impronta ecologica che comparano, ad esempio, Impronte ecologiche nazionali con l’andamento economico (Sturm et al. 2000, Chambers et al. 2000), con indicatori di benessere e con indici di deprivazione sociale (Lewis 1997).
L’impronta ecologica dell’Europa
L’impronta ecologica dell’Europa è aumentata negli anni ’60 e ’70 del ‘900, per poi oscillare su valori relativamente stabili. Non si è, però, adeguata la biocapacità, per cui rimane un ampio deficit tra le due variabili, come si vede nel grafico seguente.

I servizi ecosistemici e l’utilizzo umano
I servizi di approvvigionamento sono i prodotti ottenuti dagli ecosistemi, i servizi di regolazione sono i benefici ottenuti dalla regolazione dei processi ecosistemici, i servizi culturali sono i benefici non materiali che le persone ottengono dagli ecosistemi ed i servizi di supporto sono quelli necessari per la produzione di tutti gli altri servizi ecosistemici. Adattato da: Millennium Ecosystem Assessment, 2005. Fin dai primi anni 70, l’umanità ha richiesto più di quanto il nostro pianeta possa offrire in modo sostenibile. Nel corso del 2012, per fornire le risorse naturali ed i servizi che l’umanità ha consumato in quell’anno, è stata necessaria una biocapacità equivalente a 1,6 Terre. E’ possibile oltrepassare la biocapacità della Terra a tal punto solo per brevi periodi. Infatti solo per un breve periodo si possono tagliare gli alberi più velocemente del tempo necessario alla loro rigenerazione, pescare più pesce di quanto gli oceani possano ripristinare, o emettere più carbonio nell’atmosfera di quanto le foreste e gli oceani possano assorbire. Le conseguenze di questo “overshoot” (“sorpasso”) sono già evidenti: gli habitat e le popolazioni delle specie sono in declino, ed il carbonio nell’atmosfera si sta accumulando.

Le componenti dell’Impronta Ecologica dei consumi sono:

L’IMPRONTA AGRICOLA: si riferisce alla domanda di terreni su cui produrre cibo e fibre per il consumo umano, alimenti per il bestiame, olii, e gomma.

L’IMPRONTA DEI PASCOLI: si riferisce alla domanda di terreno da utilizzare per il pascolo del bestiame e quindi la produzione di carne, latticini, pelle e lana.

L’IMPRONTA DELLE AREE DI PESCA: si riferisce alla domanda di ecosistemi acquatici marini e terrestri necessari a generare la produzione primaria annua (per esempio il fitoplancton) richiesta per supportare la raccolta dei pesci, dei frutti di mare e dell’acquacoltura.

L’IMPRONTA DEI PRODOTTI FORESTALI: si riferisce alla richiesta di foreste per fornire legna da ardere, pasta di legno e prodotti in legno.

L’IMPRONTA DEI TERRENI EDIFICATI: si riferisce alla richiesta di aree biologicamente produttive necessarie per le infrastrutture, comprese quelle per il trasporto, le abitazioni, e le strutture industriali.

L’IMPRONTA DEL CARBONIO: si riferisce alla domanda di foreste come principali ecosistemi disponibili per il sequestro a lungo termine del carbonio che non è altrimenti assorbito dagli oceani. Essa individua diversi tassi di sequestro del carbonio a seconda del grado di gestione, del tipo e dell’età delle foreste, ed include le emissioni relative agli incendi boschivi, ai cambi di uso del suolo e alla legna raccolta.

L’impronta ecologica dell’alimentazione
Sull’impronta ecologica dell’alimentazione, vi riportiamo le infografiche provenienti dagli studi di tre fonti autorevoli: